Essere o non essere

Ad inizio anni ‘80 si andò in Libano in un contesto di grande criticità e di reale pericolo. Il rischio era tale per cui, pochi mesi dopo il nostro arrivo, le due sedi di acquartieramento dei nostri principali alleati e partners, ovvero quella francese ed americana, furono fatte saltare in aria con il risultato terrificante di centinaia e centinaia di morti e feriti fra i soldati della Coalizione. Fu grazie all’ottimo lavoro del nostro Contingente e delle straordinarie capacità della aliquota Intelligence che agivano sul terreno, se quello che in gergo veniva definito ed evocato come “il terzo camion” non fu mai “recapitato” e fatto saltare in aria e malgrado la tragica scomparsa di un nostro militare colpito in un agguato, il nostro contingente poté rientrare sano e salvo.

Circa dieci anni dopo vi fu poi la missione Ibis in Somalia ed anche in quella circostanza, lo scenario ed i rischi furono chiarissimi da subito e si concretizzarono drammaticamente in alcuni violentissimi attacchi che i nostri soldati dovettero affrontare e che costarono la vita e gravissime ferite a nostri operatori in uniforme ingaggiati nel primo vero combattimento dalla fine della seconda guerra mondiale, in quella passato alla storia come la battaglia del Check Point Pasta. Durante il periodo passato in Somalia dai nostri operatori in uniforme, vi furono poi altri episodi violentissimi che causarono la scomparsa di nostri soldati ed il ferimento, in alcuni casi anche grave, di loro colleghi.

In entrambe i casi, a fornire la stragrande maggioranza della Forza impiegata, era il personale di leva, che malgrado la preparazione certamente non paragonabile con quella degli attuali professionisti in uniforme, si dimostrò straordinariamente capace e coraggioso oltre che fortissimamente motivato.
Le due missioni, con il loro drammatico tributo di sangue furono possibili unicamente grazie alla grande coesione nazionale ed alla compattezza dei nostri politici di allora che, malgrado la piena consapevolezza dei rischi ai quali potevano essere esposti i nostri militari, decisero di agire e di aderire alla richiesta di aiuto e supporto formulata dai massimi organismi internazionali, in virtù di una necessaria ed irrinunciabile assunzione di responsabilità in ambito militare internazionale.

Sia tanto in Libano quanto in Somalia, come anche successivamente in Iraq, dove  pagammo il più alto tributo di sangue dal termine della Seconda Guerra Mondiale, non  erano a mio avviso, direttamente in gioco gli Interessi Nazionali tanto quanto si configura nella vicinissima Libia, teatro nel quale si giocano partite strategicamente determinanti sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico, della Sicurezza e del contrasto al terrorismo, proprio alle porte di casa nostra.

Leggo in queste ore delle perplessità espresse dall’attuale esecutivo e dei commenti ispirati alla più estrema, direi manzoniana prudenza, fatti dal presidente del consiglio Conte e dal Ministro degli Esteri Di Maio e mi chiedo quale sia l’idea che si abbia attualmente dell’utilizzo dello Strumento Militare. Mi chiedo se sia utile ed intelligente poter disporre di alcuni fra i migliori Reparti di Forze Speciali al mondo, di Brigate come la Folgore, o le Brigate alpine, di piloti da caccia e da trasporto fra i più bravi e meglio addestrati, di Unità dei Carabinieri straordinariamente esperte nelle operazioni Fuori Area, insomma se abbia senso investire miliardi, acquistare materiali (meno di quanti ne servirebbero invero) spendere milioni nell’addestramento (anche qui molti meno di quanti ne occorrerebbero) eppure parlare di un possibile impiego in uno scenario complesso e pericoloso come è quello libico attuale, come di qualcosa in cui ci si può inserire solo se esistono le irrinunciabili condizioni di massima sicurezza.

Perché a questo punto viene spontaneo chiedersi quali dovrebbero essere, nella testa dei decisori politici, tali condizioni. Forse che le innumerevoli “katiba” ovvero le milizie armate che da anni gestiscono ogni genere di losco traffico e difendono i potentati di capi clan e tribù locali, decidano di rinunciare al potere che hanno conquistato armi in pugno e dal quale per nessun motivo possono abdicare, pena vedersi estromessi dagli immensi guadagni che si spartiscono generando il caos al quale dovremmo mettere fine proprio con l’uso di quella forza al cui ricorso non si vuole in nessun modo giungere?
Attraverso quale complessa alchimia si immagina di poter convincere chi, una volta privato del potere delle armi, si vedrebbe costretto a tornare nell’anonimato e nell’indigenza? Quale si immagina possano essere i poteri misteriosi della negoziazione politica e della trattativa se non supportati da una forza armata dispiegata sul terreno, capace di esercitare il massimo della deterrenza e della forza necessarie a stabilire ed a far rispettare l’ordine? In questo approccio cosi ispirato alla (petalosa) prudenza, chi si ritiene debba poter far rispettare il Diritto Internazionale e con quali reali strumenti?

Un soldato ha bisogno di un fortissimo commitment, di ordini chiari e di poter esercitare la forza nel modo più immediato, performante e confacente alla minaccia e se, a mio parere, si immagina di poter convincere con le parole ed il negoziato chi da anni fa un uso quotidiano e senza remore della violenza per mantenere il proprio potere, è come se si pensasse di poter inviare i soldati in una missione di mantenimento di una pace (armata) che va ancora conquistata e che può a mio avviso invece essere ottenuta e garantita, unicamente con un utilizzo, se necessario  preponderante, della forza e con l’idea che, qualora qualcuno degli attori sul terreno decidesse di contravvenire ad una serie di disposizioni stabilite dalla Comunità Internazionale, la pagherebbe davvero cara.

Non ho dubbi sul fatto che questo potrebbe significare ingaggiare battaglia con alcune fazioni, così come non dubito del fatto che questo potrebbe significare poter riportare danni, ma, modestamente, reputo che non esista alcun altro modo di porre fine alla ormai ingestibile e pericolosissima vicenda libica e sono anche convinto del fatto che richiamare continuamente a non meglio precisate “responsabilità internazionali” da chiarire e risolvere, serva solo come alibi per aspettare che qualcun altro assuma l’iniziativa e si (eventualmente) ricordi, bontà sua, di lasciarci le briciole di una torta ricchissima.

Concordo sul fatto che la Coalizione da creare ed impiegare debba essere quanto più ampia ed omogenea possibile, ma non si può dimenticare il fatto che la determinazione ad impiegare tutta la Forza Militare necessaria è il punto irrinunciabile con il quale ci si garantisce in talune sedi ed a certi tavoli, la indispensabile credibilità internazionale.

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